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Opere

IOCOSE, In times of peace (2014)
Drone+ è la documentazione video di un drone che tenta di ‘correre’ i 100 metri piani su una pista di atletica, monitorando le proprie attività con la app Nike+. Il drone in questione ha ripetuto lo stesso esercizio per un mese, producendo una mole di dati riguardanti gli svariati aspetti della sua prestazione, come velocità, tempo e distanza coperta. Tuttavia, nonostante la maggior parte delle volte il drone sia riuscito a tagliare il traguardo con successo, alcune volte ha fallito. Le ragioni del suo fallimento sono state per lo più tecniche, o legate alle condizioni meteorologiche, mente i successi sono stati occasionali; in ogni caso nessun genere di miglioramento è stato riscontrato nelle sue prestazioni.

In questo contesto Drone+ documenta la presenza di quelli che possono essere definiti come segni di vita: i risultati più imperfetti ed imprevedibili che sono soggetti agli eventi contingenti e particolari che derivano dal contatto con l’ambiente esterno e dai materiali di costruzione instabili poiché troppo economici. Mettere in rilievo questi risultati ha permesso di dare vita a una narrazione diversa, se non opposta, a quelle strumentali e deterministiche che molte volte hanno trovato voce in riviste come Wired Magazine e molte altre. Mentre queste narrazioni tendono a considerare l’uso dei droni da un punto di vista generale ed astratto, IOCOSE si concentra invece sulla specificità degli eventi che ne caratterizzano la ‘vita’, nel suo accadere giorno dopo giorno.

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Giovanni Mezzedimi, Havanaloop (2012)
LOOP = ciclo, in musica è un campione che si ripete, campionamento di un suono (frammento sonoro) registrato e ripetuto. Traduzione visiva: ripetizione (ritenzione e protenzione) della stessa immagine… non c’è inizio o fine. Infatti il sonoro dell’Installazione è composta dalla Radio Cubana Radio Reloj (citata anche in una canzone dei Manu Chao) che trasmette un notiziario che dura 24 ore al giorno con notizie che durano al massimo un minuto. In sottofondo il ticchettio di un orologio e ogni minuto una pausa con l’annunciatore che dice “Radio Reloj, sono le ore…”.
La distanza fra le tavole (parallele) può rimandare:
– all’ESPANSIONE (allargamento) dell’istante-gesto altrimenti puntiforme (v. concezione lineare-meccanica astratta del tempo); (Cuba: calma – godimento – tempo – istante che sorride) (cubani signori del loro tempo) Rarefatto = evanescente = distanziato = intervallato.
Il Video alla due estremità delle lastre sospese può rimandare:
– alla RIPETIZIONE – alla riproposizione del medesimo istante-gesto (il ragazzino seduto sul muro del Malecon muove soltanto la testa), alla sospensione del tempo (“il tempo è qualcosa che accade”, Levinas) e come assenza del cambiamento, fissazione (l’unica perversione è la fissazione – Freud = risvolto “patologico” del LOOP). Quindi il LOOP come RAREFAZIONE = DILATAZIONE-DIRADAMENTO

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Daniele Spanò, L’ora del silenzio (2012)
Due porte, inerti, ma che alternatamente animate dalla proiezione della loro immagine, prendono vita sbattendo freneticamente e rumorosamente. La creazione di un tessuto sonoro che si associa all’esperienza visiva, ora resa immersiva e stimolante per lo spettatore, e che conferisce maggiore componente dimensionale all’immagine. Una intensa partecipazione emotiva volta a scardinare l’elementare esercizio di apertura e chiusura dell’oggetto porta, per una riflessione più trasversale sulla memoria, vera protagonista.
L’intento dell’artista è quello di far percepire una realtà conosciuta in termini nuovi, inusuali, inconsueti. Uno straniamento – dal termine formalista russo “ostranenie” – che ci permetta di superare l’inaridimento percettivo dovuto al consueto rapporto con l’oggetto, per manifestarlo invece alla curiosità, all’interesse di nuove letture o di un’aprioristica rilettura, presentandolo in maniera non quotidiana, non familiare. Superato cosi il momento di citazione, l’oggetto diviene segno e strumento di un linguaggio artistico che, da una parte si avvia verso una nuova scrittura e dall’altra ribadisce la volontà di mantenere il legame con la tradizione, il territorio e il suo sacrario di memorie.

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Giacomo Lion, Niente è impossibile! (2014)
L’opera è stata realizzata con i ragazzi della scuola media dell’Istituto comprensivo Volumnia. La fantasia dei ragazzi, guidata dall’artista, ha composto una storia che ha ricreato un intero universo parallelo al nostro. Un universo che si configura come reinterpretazione del nostro attuale mondo e di come il digitale influisca e modifichi il reale. La favola ha come protagonisti Federico e Linda, i quali vengono catturati all’interno di un museo da un quadro raffigurante un mondo irreale. Il quadro a loro sconosciuto li catapulta in un mondo fantastico a loro sconosciuto che li impaurisce e li attrae allo stesso tempo.
Il mondo raffigurato dai ragazzi è strutturato come una caramella all’interno della quale ogni cosa è capovolta, le strade sono composte da tasti di pianoforte e due quadri, che rappresentano il limite tra il mondo e l’immenso buio, rappresentano gli estremi della terra: la porta d’ingresso e l’oscuro disegno che raffigura il castello di Hitler.
Il racconto, costellato da personaggi improbabili, vuole essere la metafora di un mondo confuso, grigio e triste che mantenga, tuttavia, un sua dolcezza e speranza. All’interno di questo mondo i bambini, che credono nell’unione e nella fantasia, possono operare, ridimensionandolo e cambiandolo. L’artista ha composto l’installazione, sulla base della storia e della fantasia dei ragazzi, che prevede un libro stampato con i racconti e i disegni dei ragazzi e due sculture: il mondo fantastico a forma di caramella e l’oggetto magico, una banana sonora con diamanti. Le sculture sono state pensate e disegnate dai ragazzi, poi digitalizzate e realizzate tramite stampa 3D dall’artista. Fra reale e virtuale, fra mondo e decomposizione digitale, la fantasia dei ragazzi rivede e reinterpreta la tecnologia ribaltandone i concetti dominanti.

 

Lino Strangis, Il Pifferaio Magico (2015)

Opera collettiva composta con le scuole Giulio Cesare e Benedetto Croce di Roma. L’artista ha fatto lavorare i ragazzi come una vera e propria troupe: divisione in gruppi, capacità, interessi, ecc. I ragazzi hanno lavorato sulla fiaba del Pifferaio Magico scelta dall’artista. Una scelta, questa, dominata dall’attualità che ancora tale fiaba ha nell’epoca contemporanea, come la centralità per l’elemento sonoro/musicale, capace di allontanare la piaga infestante dei topi ma anche di privare la città della sua ricchezza più grande, i giovani. Il fattore più rilevante è stato quello di proporre una versione artistica e sperimentale di questa fiaba, trovando soluzioni narrative non verbali e modalità di messa in scena differenti da quelle proposte dalla maggior parte delle produzioni industriali.

 

Danilo Torre, Oblò (2012)
Quest’opera potrebbe sottotitolarsi: Un’estate al mare ovvero: nulla di nuovo sotto il sole ma sott’acqua l’uomo crepa… e continua a guardare. Quello che quest’installazione propone è uno sguardo in between, ovvero tra la vita e la morte, tra sopra e sotto, tra dentro e fuori le acque del mare. L’uomo che resta in superficie è ignaro del pericolo che può insidiarsi sott’acqua (rappresentato dallo squalo) – o forse è un falso pericolo. Il sole splende fino al tramonto, ma quando scendono le tenebre chissà se tutto sarà come l’abbiamo lasciato. Specularmente, sugli ultimi due oblò ci sono un super8 di un gruppo di nudisti in spiaggia (1971) – ancora nulla di nuovo sotto il sole – e sott’acqua delle scarpe perdute… Un naufragio di clandestini o una nave da crociera, oppure le scarpe si sono semplicemente perdute in mare. L’oblò è un’apertura, un foro circolare di modeste dimensioni, realizzato su di una superficie di legno e tamponato da una lastra in vetro supportata da un telaio. A differenza di una finestra vera e propria, l’uso dell’oblò avviene in condizioni in cui sia necessario poter scrutare l’esterno senza esporsi troppo alle insidiosità che in determinati contesti l’ambiente può assumere. I video scorreranno in loop e le durate sono differenti, così gli oblò non saranno mai neri tutti assieme. Sei sono i soggetti dei video: Bagnanti: realizzato in diverse spiagge della penisola Italiana, ci mostra un’estate di spensierati villeggianti. Squali: il pesce simbolo della paura in mare, pinneggia innocuo e al contempo minaccioso. Occhio: organo della visione, rappresentato in stato di immersione, ci rimanda al senso della vista, che muta in acqua. Tramonto: il tramonto visto dal mare – da dentro l’acqua – provoca un senso di paura misto al buio. Super8: Il mare vissuto da un gruppo di nudisti negli anni ’70, ritrovato nel mare magnum delle immagini. Scarpe: le scarpe in mare rappresentano il senso di smarrimento, perdita e restituzione.

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Max Serradifalco, Web Landscape Photography (2010-2015)
Avere amore per la Terra e saperla rappresentare non è un gesto consueto. Tutto ciò deriva da una forte presa di coscienza dell’epoca in cui stiamo vivendo, dove l’incuria e il non rispetto della natura ci stanno portando verso una non più lenta autodistruzione. Avvalendosi di una delle tecnologie più usate del nostro tempo (Internet e il motore di ricerca Google con la sua applicazione Maps), Max ha virtualmente girovagato per tutto il nostro pianeta alla ricerca di luoghi dalle caratteristiche molto diverse fra loro, ma soprattutto alla scoperta di un nuovo modo di osservare e reinterpretare ogni angolo della Terra. Osservando le immagini satellitari che Max ha selezionato si rimane incantati dai vari paesaggi raccolti che a prima vista ricordano astratti quadri ricchi di materia. Quella materia non è altro che il nostro territorio che oggi, grazie alle nuove tecnologie, ma soprattutto con il lavoro dell’artista, possiamo sentire più vicino nonostante si trovi a chilometri di distanza dal luogo dove viviamo. Le opere di Max riprendono un lavoro di sperimentazione sull’uso dei satelliti iniziato da Naim June Paik negli anni sessanta e proseguito da molti altri artisti come Douglas Davis, Kit Galloway e Sherrie Rabinowitz che hanno usato la comunicazione a distanza per realizzare le loro opere nelle quali si creava un forte rapporto di interazione fra l’artista e il pubblico.
Un lavoro quindi di grande e rivoluzionario impatto estetico, ma al tempo stesso un forte e coraggioso monito nei confronti dei paradisi terrestri di cui Max ci guida alla scoperta.

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Alessio Chierico, Trāṭaka (2014)
Trāṭaka è un installazione interattiva basata su una brain-computer interface. Trāṭaka è un termine sanscrito che significa “fissare” e si riferisce ad una tecnica di meditazione, che consiste nel concentrare l’attenzione in un piccolo oggetto o più comunemente in una fiamma. L’installazione è composta da un dispositivo che è in grado di riconoscere alcuni parametri nell’attività celebrale, come ad esempio il livello di attenzione.
Indossando questo dispositivo l’utente è invitato a concentrarsi sulla fiamma posta di fronte a lui. Il livello di attenzione riconosciuto dal dispositivo, controlla un flusso d’aria proveniente da sotto la fiamma. In questo modo l’utente viene coinvolto in una sorta di sfida, in cui, il raggiungimento di un alto livello di attenzione, porterà allo spegnimento della fiamma. Questo lavoro pone concettualmente un ciclo: l’attività celebrale basata sull’attenzione, porta ad una tecnica di meditazione che mira a stimolare il chakra responsabile dell’attività mentale stessa.

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AyeAye, La Raggione der Perché (2012)

Liberamente ispirata al Campionario delle favole di Trilussa, l’installazione La Raggione der perché è una riflessione sul comportamento umano. In sintonia con lo spirito trilussiano, l’installazione trasforma coloro che si avvicinano al bosco in animali, mentre una voce recitante legge, interpretandoli in romanesco, i versi del campionario delle favole.
Un campionario di vizi e difetti adatto a tutte le latitudini che ,scherzi a parte e dopo oltre novant’anni,
restituisce ancora un’immagine piuttosto fedele della nostra società.


Aye Aye

Dehors/Audela, Un bene incurabile
Un’installazione concepita come dialogo tra generazioni, nella connivenza e coesistenza di arcaico e new media. Curare le ferite del futuro per far sopravvivere il passato.
Il curatore è oggi la figura chiave del mondo dell’arte. Il curato è oggi la figura chiave della società della psicosi medico-farmacologica. L’incurabile è l’arma in più in mano alla società dello spettacolo. La cura è il mezzo che tenta di giustiziare il fine. La cura è la fine ingiustificabile del tempo. Il regista-autore si cura dell’attrice-opera così come il medico si cura della paziente: stessa sollecitudine, stessa tirannia? Il medico cura il paziente come la madre cura il figlio? Cure parentali estese a parole d’ordine: Sospendere (la pena?). Interrompere (il mal-trattamento?). La cura sta forse nel non avere soluzioni.

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All’interno dell’esposizione anche la rassegna “La nuova videoarte italiana: linee di ricerca intermediale nel mondo del software” selezione, dall’archivio del C.A.R.M.A. – Centro d’Arti e Ricerche Multimediali Applicate, a cura di Veronica D’Auria. Gli artisti coinvolti sono: Alessandro Amaducci, Alessandro Bavari, Piero Chiariello, Valeria Del Vacchio, Elisabetta Di Sopra, Francesca Fini, Maria Korporal, Igor Imhoff, Salvatore Insana, Eleonora Manca, Pinina Podestà, Arash Radpour, Mauro Rescigno, Lino Strangis.